Devastazione e ri-colonizzazione della Libia
1) Il Grande Nulla, due anni dopo Muammar Gheddafi (M. Forte)
2) La Libia nel caos a due anni dalla liberazione umanitaria della NATO (F. W. Engdahl)
3) La Libia da Gheddafi ad Al Qaida: terrorismo, CIA e militarizzazione dell'Africa (M. Vandepitte)
4) Lo squartamento libico (N. Nuñez Dorta)
5) La ricostruzione libica: un affare italiano (F. La Bella)
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(the original text, in english: The Great Nothingness of Libya, Two Years After Muammar Gaddafi
By Maximilian Forte - Global Research, October 21, 2013 / Zero Anthropology 20 October 2013
http://www.globalresearch.ca/the-great-nothingness-of-libya-two-years-after-muammar-gaddafi/5355028
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http://aurorasito.wordpress.com/2013/10/23/il-grande-nulla-due-anni-dopo-muammar-gheddafi/
Il Grande Nulla, due anni dopo Muammar Gheddafi
Maximilien Forte, Global Research, 21 ottobre 2013
La nozione di “Libia” ha cessato di avere qualsiasi significato pratico, quale concetto in riferimento a un certo grado di unità nazionale, comunità immaginata, sovranità o esercizio di un’autorità statale sul proprio territorio, la “Libia” è tornata indietro, quando doveva ancora formalizzarsi come concetto. Coloro che una volta celebravano i “ribelli rivoluzionari”, Obama, la NATO, le ONG, i media occidentali e l’opinione pubblica imperialista, liberale e “socialista” che, dopo un lungo periodo di aggiustamento strutturale interiorizzato, ora ha per filosofia il migliore accordo con i principi neoliberali, raramente, se mai, hanno incarnato il “futuro migliore” che doveva venire. Visioni, come allucinazioni e deliri, del meglio che sarebbe venuto una volta che Gheddafi sarebbe stato doverosamente giustiziato, abbondavano negli scritti politicamente infantili sulla “primavera araba”.
Se mai c’è stata una “primavera araba” in Libia, in pochi giorni
si trasformò in un incubo africano. Questo fu particolarmente vero
riguardo al terrorismo razzista contro decine di migliaia di inermi civili
libici neri e di lavoratori migranti africani. Da quando la “Libia” non esiste
più, l’assenza è una vergognosa macchia. La Libia è ora il nuovo “Stato”
dell’apartheid e il nuovo “regime” torturatore in Africa. Perché le virgolette?
A differenza dell’apartheid in Sud Africa, la “nuova Libia” è priva di qualsiasi
tipo di coesione, come Stato e, tra governanti effettivi o potenziali, come
classe, e le analisi di classe, infatti, quando applicata alla Libia
utilizzando Marx come un manuale produce quei risultati risibili che ci si può
aspettare dagli ortodossi eurocentristi, da coloro che indicano il presente nei
contesti non occidentali come mera proiezione o ripetizione dello “stalinismo”.
Le torture grottesche e criminali, l’omicidio e il massacro di Muammar Gheddafi
simboleggiarono ciò che venne subito inflitto a tutta la Libia, proprio come fu
fatto a migliaia di libici neri e di migranti africani dagli “eroici ribelli”
nella guerra della NATO contro la Libia del 2011. La Libia è stata smembrata,
come è stato scritto, sprofondando nella guerra di tutti contro tutti a
vantaggio di pochi.
Giorni, settimane, mesi e ora anni sono passati, segnati da sequestri
quotidiani, torture, ingiusta detenzione, omicidi, attentati, incursioni e
sanguinosi scontri tra milizie rivali, estorsioni armate, assalti che hanno ridotto
l’industria petrolifera in un miraggio di ciò che “una volta era”, ed
esplosione di razzismo, fondamentalismo religioso e regionalismo. Se “Gheddafi”
era il loro nemico, allora i libici hanno uno strano modo di dimostrarlo:
massacrandosi a vicenda, i libici si dichiarano i propri peggiori nemici.
Gheddafi non era chiaramente il problema: era la soluzione che doveva essere
spezzata, in modo che la Libia fosse “fermata”, bloccata e costretta nella
visione dei crudeli tiranni di Arabia Saudita, Qatar e Stati Uniti.
Se la Libia ha subito migliaia di morti dal brutale rovesciamento
di Gheddafi e di tutto ciò che aveva creato, è un bene ed una felice notizia
per tutti quei puerili e pretesi sempliciotti che basano infantilmente le loro
teorie su idee e contrapposizioni binarie eurocentriche, appena velate dalle
traduzioni idiote delle demonizzanti caricature di Gheddafi. Così era “il
dittatore”, che a quanto pare governava senza uno Stato, se si crede a ciò che
Reuters tenta di far passare da analisi politica. (Nessuna quantità di
“esserci stato” ti curerà se insisti nella tua ignoranza). Qui c’era il
dittatore “brutale”, che evidentemente manteneva debole il suo esercito. O
c’era uno Stato, che era anche un one-man show, qualsiasi cosa per
incolparlo di tutto il passato e per distogliere l’attenzione da tutti coloro
che hanno la responsabilità del presente. Se continuano a combattere “Gheddafi”
e ad accusare Gheddafi per il presente, allora non vi è stata alcuna
“rivoluzione”, ma solo continue rievocazioni di tutto ciò che fu “Gheddafi.” Se
i leader delle milizie vedono Gheddafi ovunque e in tutti, è perché non sono da
nessuna parte. Perfino le grandiose dichiarazioni, vengono passate per analisi
di esperti come Juan Cole e altri amici della Libia “che si ribella”, del
popolo unito nel “rovesciare il regime” del dittatore. Davvero, è imbarazzante
quando si pensa che tali presunti adulti, perfino “studiosi”, fossero dietro
tale sciocco cartone animato.
Per i “socialisti” occidentali che hanno applaudito i “rivoluzionari” libici,
chiediamogli: dov’è il socialismo in Libia oggi? Per i liberali che parlavano
di “democrazia” e “diritti umani”, dove sono oggi? Per i sostenitori dei
principi dell’intervento e della “protezione umanitaria”, perché siete
così silenziosi dopo aver chiuso con l’omicidio di Gheddafi? A chi
immaginava presunti “massacri” futuri, accompagnando le invocazioni dei
chierichetti inglesi e americani secondo cui “Gheddafi doveva sparire”, perché
la vostra immaginazione improvvisamente scompare davanti ai veri massacri da
voi stessi commessi e permessi? A coloro che affermano “delle vite sono state
salvate,” dov’erano quando corpi insanguinati cominciarono ad accumularsi tra
sciami di mosche negli ospedali abbandonati? Quando i pazienti negli ospedali
furono freddati nei loro letti, e quando i prigionieri ammanettati, supini,
furono assassinati con colpi a bruciapelo, tanto che l’erba sotto le loro teste
fu bruciata; avete sussultato? In altre parole, dove vedete questo grande
“successo” nell’ossario che oggi è la “Libia”?
E’ una piana ‘analisi che parla della compressione dello
spazio-tempo nella globalizzazione, che spiega presumibilmente quanti
imperialisti iPad si siano investiti personalmente di “correggere” la Libia, in
modo che potesse diventare simile a quello che hanno immaginato di possedere.
Non guardano a nulla, se non a un’altra occasione di presentarsi, lusingando se
stessi con un evoluto rinvigorimento culturale, applicato a forza dai
bombardamenti della NATO. La Libia è ora “pronta alla democrazia”, e i missili
da crociera hanno dimostrato quanto la Libia fosse matura per “il
miglioramento.” Compressione spazio-temporale? La globalizzazione della
coscienza? La coscienza, per quanto ce ne sia mai stata, è stata sicuramente
compressa, in un minuscolo guscio di noce in cui sono vietate le opinioni
contrarie, come soltanto ha sempre dimostrato di essere.
In tal senso, raccomando al lettore d’investire 40 minuti circa, per rivedere
come stavano le cose prima di farsi illudere dalle nostre stesse bugie. Si
tratta di una panoramica della Libia di Gheddafi, prodotta da BBC e CBS (che ci
crediate o no), quando le fantasie demonologiche non si erano ancora
completamente schiuse, volando e scaricando tanti escrementi propagandistici
sulle nostre teste, come avviene con i vanagloriosi monologhi imperiali di
Obama. Sfidate voi stessi e guardate alcune delle cose che la Libia ha perso,
tutto in nome del grande nulla.
=== 2 ===
(the original text, in english: Libya in Anarchy Two Years after NATO Humanitarian Liberation
By F. William Engdahl - Global Research, September 27, 2013
http://www.globalresearch.ca/libya-in-anarchy-two-years-after-nato-humanitarian-liberation/5351737 )
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La Libia nel caos a due anni dalla liberazione umanitaria della NATO
F. William Engdahl, Global Research, 27 settembre 2013
Nel 2011, quando Muammar Gheddafi si rifiutò di lasciare tranquillamente il governo della Libia, l’amministrazione Obama, nascondendosi dietro le sottane dei francesi, lanciò una feroce campagna di bombardamenti e una “no-fly zone” sul Paese per supportare i cosiddetti combattenti per la democrazia. Gli Stati Uniti mentirono a Russia e Cina, con l’aiuto del filo-USA Consiglio di cooperazione del Golfo, per la risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulla Libia, utilizzata per giustificare una guerra illegale. La dottrina della “responsabilità di proteggere” fu anche usata, la stessa dottrina che Obama vuole utilizzare in Siria. E’ utile guardare alla Libia due anni dopo l’intervento umanitario della NATO.
Il caos nel settore petrolifero
L’economia della Libia dipende dal petrolio. Subito dopo la guerra, i media occidentali salutarono il fatto che le installazioni petrolifere non fossero state danneggiate dai bombardamenti sulla popolazione e che la produzione di petrolio fosse quasi normale, pari a 1,4 milioni di barili/giorno (bpd). Poi, a luglio le guardie armate al soldo del governo di Tripoli improvvisamente si ribellarono e presero il controllo dei terminali dei giacimenti petroliferi orientali che dovevano proteggere. Vi si estraeva il grosso del petrolio della Libia, nei pressi di Bengasi, dove dalle pipeline le petroliere ricevevano il petrolio per l’esportazione nel Mediterraneo. Quando il governo perse il controllo della produzione e dei terminali, le esportazioni registrarono un netto calo. Poi un altro gruppo tribale armato prese il controllo dei due giacimenti petroliferi nel sud, bloccando il flusso di petrolio per i terminali sulla costa nord-ovest. Gli occupanti tribali chiedevano maggiori paghe e scesero in sciopero per chiedere maggiore retribuzione e la fine della corruzione. Il risultato finale, oggi, inizio di settembre, è che la Libia ha pompato solo 150.000 barili su una capacità di 1,6 milioni di barili al giorno. Le esportazioni sono diminuite a 80.000 barili al giorno. [1]
Milizie armate contro i Fratelli musulmani
La Libia è uno Stato artificiale, come gran parte del Medio Oriente e dell’Africa, tracciato dall’Italia in epoca coloniale, nella prima guerra mondiale. Era governato per consenso delle numerose tribù. Gheddafi fu scelto con un lungo processo di voto dagli anziani delle tribù, cosa che poteva richiedere fino a 15 anni, mi è stato detto da un esperto. Quando fu assassinato e la sua famiglia braccata, la NATO impose il dominio del Consiglio nazionale di transizione (CNT) dominato dalla Fratellanza musulmana. Ora, ad agosto, una nuova Assemblea è stata eletta, sempre dominata dalla Fratellanza come l’Egitto di Mursi o la Tunisia. Suonava bene sulla carta, ma la realtà è che, a detta di tutti, le bande di fuorilegge armati, per la prima volta dalla guerra, con armi moderne e jihadisti stranieri di al-Qaida, compiono bombardamenti quotidiani in tutto il Paese per avere il controllo locale. Tripoli stessa ha numerose bande armate che ne controllano i quartieri. Si sta passando alla lotta armata tra le milizie tribali locali, che vanno formandosi, e la fratellanza che controlla il governo centrale. I leader delle province di Cirenaica e Fezzan prendono in considerazione la rottura con Tripoli, e le milizie ribelli di mobilitano in tutto il Paese. [2]
Attentati a Tripoli ogni giorno, mentre si diffonde l’illegalità
Nuri Abu Sahmain, fratello musulmano e neoeletto Presidente del Congresso, ha convocato le milizie alleate della Confraternita nella capitale, per cercare d’impedire un colpo di stato, un’azione che l’opposizione vede come un colpo di Stato della Fratellanza. Il principale partito di opposizione, le forze di centro-destra dell’Alleanza nazionale, di conseguenza ha abbandonato il Congresso insieme a diversi partiti etnici più piccoli, lasciando il partito della Giustizia e della Costruzione della Fratellanza a capo di un governo dall’autorità in rovina. “Il Congresso è sostanzialmente collassato”, ha detto un diplomatico a Tripoli. [3] L’amministrazione Obama ha promosso il cambio di regime in tutto il mondo musulmano, dall’Egitto alla Tunisia alla Siria, in favore degli oscuri Fratelli musulmani, nell’ambito della strategia a lungo termine per il controllo dell’Arco di Crisi musulmano, dall’Afghanistan alla Libia. Mentre il colpo di Stato militare sostenuto dai sauditi contro il presidente della Fratellanza Muhammad Mursi, in Egitto, a luglio, ha dimostrato che la strategia di Obama ha qualche problema.
Rivolte e illegalità
Con l’aumento delle violenze, il ministro dell’Interno Muhammad Qalifa al-Shaiq si è dimesso ad agosto. Circa 500 prigionieri nel carcere di Tripoli entrarono in sciopero della fame per protestare contro due anni di detenzione senza accuse. Quando il governo ha ordinato al Comitato supremo della sicurezza di ristabilire l’ordine, spararono ai prigionieri attraverso le sbarre. A luglio, 1200 prigionieri fuggirono da una prigione dopo una rivolta a Bengasi. Illegalità e anarchia si diffondono. [4] I berberi, la cui milizia aveva assaltato Tripoli nel 2011, hanno occupato temporaneamente il parlamento a Tripoli. Poiché Stati Uniti e NATO furono irremovibili nel non avere “stivali sul terreno”, consegnarono deliberatamente qualsiasi arma a tutti i ribelli che avrebbero sparato alle truppe del governo di Gheddafi. Ancora oggi hanno armi e la Libia mi viene descritta, da un giornalista francese che di recente vi si era recato, come “il più grande bazar all’aperto di armi del mondo“, dove chiunque può acquistare qualsiasi moderna arma della NATO. Gli stranieri sono in gran parte fuggiti da Bengasi, laddove l’ambasciatore statunitense fu ucciso nel consolato degli Stati Uniti dai miliziani jihadisti, lo scorso settembre. E il procuratore militare della Libia, colonnello Yusif Ali al-Asaifar, incaricato di indagare sugli omicidi di politici, militari e giornalisti, è stato lui stesso assassinato da una bomba nella propria auto, il 29 agosto. [5]
Le prospettive sono tristi mentre si allarga l’illegalità. Suleiman Qajam, un membro della commissione parlamentare per l’energia, ha detto a Bloomberg che “il governo utilizza le sue riserve. Se la situazione non migliora, non sarà in grado di pagare gli stipendi entro la fine dell’anno“. L’amministrazione Obama sostiene che l’uso, non ancora provato, del governo di Assad di armi chimiche in Siria giustifica una guerra con bombardamenti da parte della NATO e di alleati come Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Giordania, in base all’ingannevole dottrina “umanitaria” detta “responsabilità di proteggere”, che sostiene che certe violazioni dei diritti o della sicurezza delle persone, sono così gravi da trascendere il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite o le norme costituzionali degli Stati Uniti, facendo sì che per motivi morali, qualsiasi presidente degli Stati Uniti possa bombardare un Paese di sua scelta. C’è qualcosa di sbagliato qui…
Note
[1] Krishnadev Calamur, Libya
Faces Looming Crisis As Oil Output Slows To Trickle,
NPR, 12 settembre 2013;
[2] Patrick Cockburn, We all thought Libya had moved on — it has, but into lawlessness and ruin, 3 settembre 2013
[3] Chris Stephen, Libyans fear standoff between Muslim Brotherhood and opposition forces, The Guardian, 20 agosto, 2013
[4] Patrick Cockburn, op. cit.
[5] Ibid.
Copyright © 2013 Global Research
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
=== 3 ===
(cet article en francais: État défaillant. Les États-Unis sont-ils sérieusement en guerre contre le terrorisme en Afrique ou le suscitent-ils au contraire pour servir leurs intérêts ?
par Marc Vandepitte - 21 octobre 2013
http://www.michelcollon.info/Libye-de-Kadhafi-a-Al-Qaida-En.html )
http://www.resistenze.org/sito/te/po/lb/polbdm11-013582.htm
www.resistenze.org - popoli resistenti - libia - 11-11-13 - n. 474
La Libia da Gheddafi ad Al Qaida: terrorismo, CIA e militarizzazione dell'Africa
Marc Vandepitte | mondialisation.ca
Traduzione da ossin.org
21/10/2013
Gli Stati Uniti sono davvero in guerra contro il terrorismo in Africa, o
piuttosto lo suscitano per utilizzarlo a loro vantaggio? Inchiesta di Marc
Vandepitte
Stato debolissimo
L'11 ottobre il Primo Ministro libico è stato brutalmente rapito, per poi
essere liberato nel giro di qualche ora. Questo sequestro è sintomatico della
situazione del paese. Il 12 ottobre un'auto bomba è esplosa vicino alle
ambasciate della Svezia e della Finlandia. Una settimana prima l'ambasciata
russa era stata evacuata dopo essere stata invasa da uomini armati. Un anno fa
era successo lo stesso all'ambasciata statunitense. L'ambasciatore e tre
collaboratori vi avevano trovato la morte. Altre ambasciate erano state in
precedenza prese di mira.
L'intervento occidentale in Libia, come in Iraq e in Afghanistan, ha messo in
piedi uno Stato debolissimo. Dopo la destituzione e l'assassinio di Gheddafi,
la situazione dell'ordine pubblico nel paese è fuori controllo. Attentati
contro politici, attivisti, giudici e servizi di sicurezza sono moneta
corrente. Il governo centrale ha difficoltà a controllare il paese. Le milizie
rivali impongono la loro legge. A febbraio il governo di transizione è stato
costretto a convocarsi sotto le tende, dopo essere stato espulso dal parlamento
da ribelli infuriati. Il battello colato a picco vicino a Lampedusa, facendo
annegare 300 rifugiati, veniva dalla Libia, ecc.
La Libia possiede le più importanti riserve di petrolio dell'Africa. Ma, a
causa del caos che regna nel paese, l'estrazione è quasi ferma. Siamo arrivati
al punto che deve importare il petrolio necessario a soddisfare i suoi bisogni
di elettricità. A inizio settembre sono state sabotate le condutture d'acqua
verso Tripoli, minacciando la capitale di penuria.
Basi per terroristi islamisti
Ma la cosa più inquietante è la jihadizzazione del paese. Gli islamisti
controllano interi territori e hanno uomini armati ai checkpoint delle citta di
Bengasi e Derna. La figura di Belhadj illustra bene la situazione.
Questo ex (per così dire) membro eminente di Al Qaida era coinvolto negli
attentati di Madrid del 2004. Dopo la caduta di Gheddafi, divenne governatore
di Tripoli e inviò centinaia di jihadisti libici in Siria per combattere contro
Assad. Lavora oggi alla costruzione di un partito conservatore islamista.
La jihadizzazione si estende ben al di là delle frontiere del paese. Il
Ministro tunisino dell'interno descrive la Libia come un "rifugio per i
membri nordafricani di Al Qaida". Dopo il crollo del governo centrale
libico, armi pesanti sono cadute nelle mani di ogni sorta di milizie. Una di
queste, il Libyan Fighting Group (LIFG), di cui Belhadj è un dirigente, ha
stretto un'alleanza con i ribelli islamisti del Mali. Questi ultimi sono
riusciti, con i Tuareg, a impossessarsi di tutto il Nord del Mali per qualche
mese. L'imponente operazione di sequestro di ostaggi in una base petrolifera
algerina, in gennaio, è stata realizzata partendo dalla Libia. Oggi la
ribellione siriana è controllata dalla Libia e la macchia d'olio jihadista si
estende verso il Niger e la Mauritania.
Ringraziando la CIA
A prima vista, gli Stati Uniti e l'Occidente sembrano preoccuparsi di questa
recrudescenza di attività jihadista in Africa del Nord. Aggiungiamo anche la
Nigeria, la Somalia e più recentemente il Kenya. Ma a ben vedere la situazione
è più complicata. La caduta di Gheddafi è stata resa possibile dall'alleanza
tra, da una parte, le forze speciali francesi, inglesi, giordane e del Qatar e,
dall'altra, gruppi ribelli libici. Il più importante di essi era proprio
il Libyan Islamic Fighting Group (LIFG), che figurava nella lista delle
organizzazioni terroriste vietate. Il suo leader, il sunnominato Belhadj, aveva
due o tremila uomini ai suoi ordini. Questi ultimi furono addestrati dagli
Stati Uniti subito prima dell'inizio della ribellione in Libia.
Gli Stati Uniti non sono al loro primo tentativo in questo campo. Negli anni
1980, essi si occuparono della formazione e dell'organizzazione dei combattenti
estremisti islamisti in Afghanistan. Negli anni 1990 fecero lo stesso in Bosnia
e, dieci anni più tardi, in Kosovo. Non è poi da escludere che i servizi di
informazione occidentali siano direttamente o indirettamente coinvolti nelle
attività terroriste dei Ceceni in Russia e degli Uiguri in Cina.
Gli Stati Uniti e la Francia si sono finti sorpresi quando i Tuareg e gli
islamisti hanno occupato il Nord del Mali. Ma era solo una facciata. Ci si può
perfino chiedere se non siano stati loro stessi a provocarla, come avvenne nel
1990 con l'Iraq contro il Kuwait. Tenuto conto del livello di presenza di
Al Qaida nella regione, qualsiasi specialista in geo-strategia avrebbe saputo
che l'eliminazione di Gheddafi avrebbe provocato una recrudescenza della
minaccia terrorista in Maghreb e nel Sahel. E siccome la caduta di Gheddafi è
stata per gran parte opera delle milizie jihadiste, che gli Stati Uniti avevano
formato e organizzato, è il caso di cominciare a porsi delle serie domande. Per
maggiori dettagli, rinvio a un mio articolo precedente.
Agenda geo-politica
Comunque sia, la minaccia terrorista islamista nella regione e altrove sul
continente africano fa comodo agli Stati Uniti. Costituisce la scusa perfetta
per essere presente militarmente e intervenire nel continente africano. Non è
sfuggito, a Washington, che la Cina e altri paesi emergenti sono sempre più
attivi sul continente mettendo in pericolo l'egemonia degli Stati Uniti. La
Cina è oggi il più importante partner commerciale dell'Africa. Secondo il
Financial Times, "la militarizzazione della politica statunitense dopo
l'11 settembre è da tempo discussa perché viene considerata, nella regione,
come un tentativo degli Stati Uniti di rafforzare il loro controllo sulle
materie prime e di contrastare il ruolo commerciale esponenziale della Cina.
Nel novembre 2006 la Cina organizzò un summit straordinario sulla cooperazione
economica, cui parteciparono almeno 45 capi di Stato africani. Giusto un mese
più tardi, Bush approvava la costituzione di Africom. Africom è il contingente
militare statunitense (aerei, navi, truppe ecc) per le operazioni sul
continente africano. L'abbiamo visto per la prima volta in azione in Libia e in
Mali. Africom è oramai operativo in 49 dei 54 paesi africani e gli Stati Uniti
dispongono in almeno dieci paesi di basi o installazioni militari permanenti.
La militarizzazione degli Stati Uniti nel continente si allarga continuamente.
Sul piano economico, i paesi del Nord perdono terreno nei confronti dei paesi
emergenti del Sud, ed è così anche per l'Africa, un continente ricco di materie
prime. E' sempre più evidente che i paesi del nord intendano contrastare questo
riequilibrio con mezzi militari. La cosa promette bene per il "continente
nero".
=== 4 ===
http://www.resistenze.org/sito/te/po/lb/polbdm05-013546.htm
www.resistenze.org - popoli resistenti - libia - 05-11-13 - n. 473
Lo squartamento libico
Tutto sembra indicare che la frammentazione in determinate aree di influenza
sia una tendenza difficile da contrastare nella Libia odierna
Nestor Nuñez Dorta | lahaine.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di
Cultura e Documentazione Popolare
05/11/2013
L'opera dei "combattenti per la libertà", che misero fine al governo
di Tripoli, con l'aiuto degli Stati Uniti, dei loro partener
dell'Organizzazione del Trattato dell'Atlantico del Nord (NATO), della destra
araba, del sionismo e islamismo estremista, ha recentemente maturato i suoi
primi frutti.
Si tratta della secessione della Cirenaica per conto di una cosiddetta Giunta
delle Comunità, che comprende le bande armate coinvolte nella passata
"ribellione", i capi di tribù locali e, di certo, i rappresentanti
delle grandi imprese monopolistiche legate al petrolio, interessate al bottino
di un paese strategico per il dominio delle rotte mediterranee e con grandi
riserve energetiche.
Così, secondo Adeb Rabbo Hamid Barasi, nominato primo ministro del nuovo
governo autonomo, si da per realizzata l'istaurazione di una repubblica
federale autonoma che in seguito si chiamerà con il nome di Barqa, controllata
da un consiglio di ventiquattro ministri, ma dove le funzioni di Difesa e degli
Esteri rimarranno all' "esecutivo centrale", definizione che alcuni
analisti identificano come una sorta di potere quasi intoccabile e molto vicino
ai gruppi estremisti islamici fortemente coinvolti nelle azioni che hanno
deposto le autorità di Tripoli.
Secondo lo stesso Barasi, l' "indipendenza" ha come obiettivo quello
di controllare la più grande zona fornitrice di petrolio libico e stabilire uno
stretto controllo sulla "sicurezza interna".
Nel frattempo, i media occidentali indicano che "le tribù e le milizie
hanno basato la loro decisione sulla partizione regionale istituita nel 1951
dall'allora re Idriss, che divise il Paese in tre stati: Cirenaica (Barqa),
Tripolitania (ovest, dove Tripoli è la capitale) e Fezzan, nel centro-sud.
In Cirenaica si trova anche la città di Bengasi, da dove si diede inizio alla
rivolta contro il governo di Muammar Gheddafi, e dove sono accaduti notevoli
episodi di violenza dopo la presunta vittoria dei ribelli.
Così, di recente è stato colpito nella propria casa il direttore del traffico
aereo della città, il colonnello Abdel al Towahni, portando a quindici il
totale degli alti comandanti militari morti nella città in questi ultimi anni
per mano dei gruppi jihadisti, autori anche dell'attentato che poco più di un
anno fa costò la vita di Christopher Stevens, allora ambasciatore degli Stati
Uniti in Libia.
E mentre il Consiglio Nazionale di Transizione, che fa le veci del governo
nazionale, dichiara illegale la decisione dei gruppi armati che operano in
Cirenaica, tutto sembra indicare che la frammentazione in determinate aree di
influenza sia una tendenza difficile da contrastare nella Libia odierna.
Da mesi, le poche informazioni provenienti da quel paese insistono nel caos
seminato dalle bande che hanno deposto Gheddafi, le quali non solo conservano
tutti i loro equipaggiamenti, ma rifiutano anche di integrarsi in un esercito
unico, sotto il comando di un governo nazionale.
Insomma, la violenta ingerenza guidata dall'Occidente, le satrapie arabe, il
sionismo e l'islamismo estremista, non ha fatto altro che promuovere le
ambizioni dei signori della guerra e dei gruppi con aspirazioni del tutto
particolari che minacciano l'unità dello Stato libico e, come logico corollario,
la sua stessa esistenza.
Come ha ben rilevato un esperto qualche mese fa, nella Libia del post Gheddafi
"sono una sessantina di milizie i veri centri del potere. Incapaci di
eliminarli, il Consiglio Nazionale di Transizione utilizza alcuni come forze
ausiliarie in casi di emergenza, mentre altri vanno registrandosi tra i vari
partiti politici o tentano di dotarsi di uno spazio geografico dove imporre la
propria volontà, in una tendenza molto pericolosa".
Di conseguenza, una vera anarchia sanguinosa caratterizza il futuro della
Libia, che adesso si aggrava e acquisisce i rischi di una vera "morte
nazionale" con il distacco forzato della Cirenaica, che amputa la
frontiera orientale del paese, tagliando fuori gran parte del Golfo di Sirte,
che le strappa l'importante porto di Bengasi e pregiudica i volumi più
significativi della sua ricchezza petrolifera.
=== 5 ===
http://www.resistenze.org/sito/os/ip/osipdm13-013579.htm
www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 13-11-13 - n. 474
La ricostruzione libica: un affare italiano
Se le aziende straniere fuggono da Tripoli per l'instabilità politica, Roma
resta e aumenta il suo volume d'affari. Un maxi-investimento che sa di
colonialismo
Francesca La Bella | nena-news.globalist.it
11/11/2013
Legami di lungo corso uniscono Italia e Libia. I vincoli coloniali prima e gli
interessi commerciali in seguito, hanno cementato un rapporto di
interdipendenza duraturo e molto proficuo, soprattutto per la controparte
italiana. In questo contesto l'intervento NATO contro Muhammar Gheddafi e la
conseguente instabilità sembravano aver inciso negativamente sul volume di
affari italiani nel Paese a causa di due fattori paralleli ed interrelati: la
fluttuazione della produzione di idrocarburi (gas e petrolio), primo prodotto
esportato verso la penisola italica, e la presenza significativa di competitors
commerciali, soprattutto francesi, attivi nel Paese anche grazie alle tutele
date dal coinvolgimento militare della propria madre patria al fianco dei
ribelli.
La realtà è, però, diversa da quella che poteva apparire all'indomani della
morte del Colonnello. Le speranze occidentali di affidabilità dei partner
politici e di stabilità economica sono state quasi immediatamente disattese e,
ad oggi, la tutela delle attività industriali straniere è nelle mani di
compagnie di sicurezza private mercenarie o di milizie di ex-ribelli come la
Lybia Shield Force. A prima vista la situazione sembrerebbe, dunque, molto
critica per gli investitori italiani, ma così non è.
Anche dopo la caduta di Gheddafi, Roma si è infatti confermata il principale
partner economico della Libia. Il mercato italiano è la meta principale
dell'export libico e, nonostante le difficoltà, il valore dell'intercambio è
cresciuto sia nel 2012 sia nel 2013. Parallelamente, se prima del 2011,
operavano in Libia circa 100 aziende italiane, l'anno successivo si poteva
stimare un 70% di rientri e la percentuale è ulteriormente cresciuta
nell'ultimo periodo. Se i colossi del petrolio come le statunitensi Marathon
Oil e ExxonMobil stanno lasciando la Libia a favore di altri Paesi con maggiori
garanzie di sicurezza, le aziende italiane hanno scelto di investire sempre di
più nel canale libico. Da un lato questo è dovuto alla fuga di buona parte
della concorrenza internazionale, spaventata da una situazione che presenta
forti criticità, dall'altro, si tratta di una occasione unica per avere un
ruolo significativo in ambito mediterraneo.
L'accordo con il Governo Zeidan per il monitoraggio dei confini libici con
tecnici italiani e sistemi Selex (Finmeccanica), l'incontro tra Letta ed Obama
incentrato sul Mediterraneo in generale e sulla Libia in particolare e la
dichiarazione congiunta di Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Italia a
favore del "consolidamento della democrazia" sono i passaggi di un
nuovo programma di intervento italiano nel Paese nord-africano. In quest'ottica
devo essere letti, di conseguenza, anche la costituzione a fine ottobre
dell'associazione Progetto Italia Libia (Apil) che dovrebbe favorire l'ingresso
nel Paese africano di piccole e medie imprese, principalmente del settore
infrastrutture, e la presenza massiva dell'Italia al Libya Rebuild 2014, la
fiera internazionale sull'edilizia e le infrastrutture, che si terrà a febbraio
2014 a Tripoli.
Parallelamente si ricordi che ENI ha scelto di mantenere la propria posizione
in suolo libico nonostante le difficoltà. Benché sia di pochi giorni fa la
notizia dell'occupazione da parte di gruppi berberi del terminal libico del
gasdotto che collega Mellitah a Gela, gestito dalla compagnia italiana e dalla
consociata libica, le dichiarazioni in merito dell'amministratore delegato
dell'azienda Paolo Scaroni non sono state particolarmente allarmate. Si
sottolinea la difficoltà di lavorare in un contesto di post-guerra civile, ma
si apre comunque alla possibilità di un miglioramento.
La fiducia nel futuro dell'Ad di ENI sembrerebbe fuori luogo se non si tenesse
conto del contesto: l'imprenditoria privata è supportata da politiche statali
configurando la relazione tra i due Paesi in termini neo-coloniali. La Libia
ha, attualmente, un Governo debole, incapace di garantire la propria sicurezza
interna e quella dei confini. L'economia, basata quasi totalmente sui proventi
degli idrocarburi, continua a registrare fluttuazioni e la mancanza di
investimenti esteri impedisce la diversificazione economica. Questa situazione
induce il premier Zeidan a cercare partner commerciali capaci di dare nuova
linfa all'economia locale, rafforzando, di conseguenza, la posizione dell'esecutivo.
D'altra parte l'Italia trova nella crisi libica un'inesauribile fonte di
guadagno, non esclusivamente economico. Il business della ricostruzione
potrebbe sopperire alle difficoltà che il settore edilizio e delle
infrastrutture soffre in patria, il monitoraggio dei confini potrebbe garantire
sia un introito economico per le aziende di tecnologia militare sia un
risultato politico in termini di limitazione del fenomeno migratorio (esimendo
l'Italia da un dibattito su una nuova legge sull'immigrazione) e l'impegno per
la "transizione democratica" riporterebbe l'Italia al centro del
dibattito politico internazionale. Siamo sicuri che il ritorno al colonialismo
possa essere considerato una soluzione "democratica?".
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